Carissimi studenti,

ormai da giorni la scuola, per voi, è chiusa.

Non è mai stata chiusa per me, per il personale, per la Segreteria.

Forse per questo non avevo ancora pensato di scrivere rivolgendomi a voi, perché in fondo siete sempre rimasti nei miei pensieri: organizzare la disinfezione a fondo di tutti gli ambienti, per farvi trovare tutto pulito ed igienizzato; organizzare la riapertura del cancello di Via Vecchia San Rocco, per farvi entrare con comodità ed in sicurezza; rispondere alle telefonate, alle richieste, acquistare i computers, pagare i fornitori…. Tutte cose che riguardano NOI, insieme.

Ma stare a scuola, nel silenzio, colpisce molto.

Non è il silenzio dei mesi estivi. Sappiamo che non lo è.

E, soprattutto, non sappiamo, ancora, quando potremo rivederci. In una riunione, tre giorni fa, ho sentito indirettamente la voce di una di voi, attraverso quello che diceva alla mamma, che era con me. Ed è stato bello.

Come è sempre bello quando riesco ad entrare in una classe ed a fare una piccola spiegazione: sorrisi, titubanza, qualcuno è troppo timido, un altro fa lo spavaldo, un’altra mi guarda sospettosa, un altro ancora mi guarda di sottecchi. Ma, sempre, sorridiamo tutti insieme.

Ed io esco fuori ritemprata, mi ricordo che è per “questi” ragazzi che vale la pena di fare il mio lavoro, che è tanto diverso da quello di docente, che mi piaceva tanto.

Ma è il lavoro che mi consente di agire – per come so fare – per farvi avere il meglio dalla scuola.

E adesso voi non ci siete.

Nella classe che era preoccupata per una compagna, ho scherzato ed ho parlato di Menandro. Proprio perché non pensavo assolutamente che esistesse alcun rischio, ho scherzato con loro, finché sono riuscita a coinvolgerli ed hanno riso tutti.

Oggi mi sono arrivate più richieste di parlare con voi. Lo faccio con piacere, ma con pudore.

Non vedo le vostre espressioni, non incrocio i vostri sguardi.

Così è più difficile …

E allora ho pensato di condividere con voi una poesia che parla di solitudine e del rapporto con una natura percepita come ostile.

5

10

15

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

 

“Com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. E’ così che, forse, ognuno si sente, in questo momento.

Costretto da un muro, soffocato nella libertà, la visione del futuro ostacolata da cocci aguzzi di vetro che impediscono di andare verso di esso.

Eugenio Montale  compose questa poesia da giovane.

E a tutti i giovani capita di sentirsi soli. Per questo si cercano gli altri, si desidera appartenere ad un gruppo. Incontri ed abbracci che, in questo momento, ci sono vietati, per la sicurezza di tutti.

In questi giorni è stato facile paragonare l’attualità a periodi bui di cui abbiamo potuto solo leggere, e si è parlato di Boccaccio, che nel Decamerone descrive le conseguenze della peste, e di Manzoni, che racconta della peste a Milano.

Non voglio parlarne anch’io. Abbiamo già vissuto e rivissuto con la lettura tanti momenti bui.

Vi invito a superare i “cocci aguzzi” con lo strumento della immaginazione, con la capacità di “andare oltre” questo momento.

Per esempio, riuscendo a vedere con altri occhi anche le stesse cose che ci appaiono insormontabili.

I Promessi Sposi parlano della peste? E’ questo ciò che dobbiamo ricordare di Alessandro Manzoni? Io credo – anzi io dico – di no.

Ai miei studenti facevo leggere una bellissima pagina di Umberto Eco, e ve la propongo.

Perché la prima pagina dei «Promessi Sposi» è svolta con periodi tanto lunghi? È chiaro, qui Manzoni sta facendo del cinema … Cerchiamo di immaginare Naturalmente un elicottero con una telecamera a bordo. E rileggiamo questa pagina selezionata sotto gli occhi una carta geografica. Provate a farlo a scuola, i ragazzi si divertiranno.
Manzoni ha deciso che la sua descrizione dell’ambiente deve procedere anzitutto per un movimento che un tecnico cinematografico chiamerebbe di «zoom», è come se la ripresa fosse fatta da un aereo: cioè la descrizione parte come fatta dagli occhi di Dio, non dagli occhi degli abitanti. Questa prima opposizione «alto verso basso», oppure questo primo movimento continuo dall’alto verso il basso, individuo prima il lago e il suo ramo, poi passa lentamente a guardare il ponte e le rive. La decisione geografica è rafforzata dalla decisione di procedere dal Nord verso il Sud, seguendo l’appunto del corso di generazione del fiume. In conseguenza il movimento descrittivo parte dall’ampio verso lo stretto, dal largo al fiume, ai torrenti, dai monti ai pendii e poi ai valloncelli, sino all’arredamento minimo delle strade e dei viottoli, ghiaia e ciottoli.
La visione geografica, l’uomo che procede dall’alto verso il basso, diventa visione topografica e include gli osservatori umani. Non appena questo accade, la pagina compie un altro movimento, questa volta non di discesa dall’alto geografico al basso topografico, ma dalla profondità alla lateralità: sino ad arrivare a dimensioni umane, dove la carta si annulla nel paesaggio concreto. A questo punto l’ottica si ribalta, i monti vengono visti di profilo, come se finalmente li guardasse un essere umano a piedi. Per cui si dice del Resegone che «non è chi, al primo vederlo, purché sia ​​di fronte …».
A quel punto anche i pendii e i viottoli, visti prima dall’alto, sono descritti come se fossero «camminati», con suggestioni non solo visive, ora, ma anche tattili. Solo a quel punto il visitatore, che cammina, arriva a Lecco. E qui Manzoni compie un’altra scelta: dalla geografia passa alla storia e quindi narra la storia del luogo che ha appena descritto geograficamente. Siamo, grosso modo, alla fine della prima pagina.
Non è bello? Ecco che questa pagina, sintatticamente così irta, non c’è più misteriosa, è una grande panoramica con carrellata, è una discesa a volo d’uccello, e se non è fatta attraverso lo sguardo della televisione, è fatta attraverso gli occhi della Provvidenza, ovvero a volo d’angelo. Una planata superba. Allora si capisce perché i punti fermi debbono guardare dove stanno, non prima e non dopo. I periodi non sono lunghi e ansimanti, hanno il respiro di un aliante. C’è di che riconciliarsi con «I Promessi Sposi». Quel signore era forse poco simpatico, malgrado i buoni uffici di Natalia Ginzburg. Ma il libro di quel signore, che bello! Leggetelo e rileggetelo, ragazzi, sotto il banco, mentre il professore parla d’altro. Vi invito a fare una lettura di Manzoni, come se fosse un libro proibito. Forse lo amerete.

Umberto Eco, in l’Espresso , 24 febbraio 1985

Ecco. Una lettura “clandestina”. Per sentire l’ironia. La saggezza, la leggerezza di un grande italiano.

La leggerezza che non è superficialità, la serenità di chi comprende che un disegno superiore esiste, “che noi siamo qui”, che “tutto avviene per il meglio”.

La leggerezza che ci salva.

Una lettura “clandestina”: libera e contro corrente, personale.

Che può riguardare Leopardi, e Ungaretti, Pirandello, e Foscolo….e Dante.

Che può farci riconoscere l’erotismo “compresso” di Raffaello contrapposto al vigore disperato di Michelangelo (così tecnicamente geniale da riuscire a “ruotare” la statua già compiuta del suo Mosè), l’apparente semplicità di Modigliani, la grandezza della Crocifissione di  Masaccio, ed il “sorriso arcaico” della scultura greca, la composta realizzazione di Canova, la Menade orgiastica di Skopas.

Che ci parla nella Commedia di Plauto (anche Benigni gli deve molto …), nella poesia d’amore di Catullo, nei versi di Saffo.

Che scopriamo nelle opere di Shakespeare, di Shelley, di Keats.

E se la vostra lettura “clandestina” vi farà scoprire – certamente lo farà – qualcosa di più dell’umanità di quegli artisti, vedrete i vostri insegnanti in un’altra luce: saranno il ponte fra l’oggi ed un passato che vi apparterrà sempre di più.

Il vostro rapporto sarà arricchito.

Perché i vostri docenti hanno per voi un affetto che è vero oggi e che sarà vero ancor più quando apparterrete ai loro ricordi.

Anch’io mantengo un particolare ricordo dei miei studenti. Di tutti. Di quelli che hanno saputo e voluto comprendere il mio affetto, ma anche di quelli che non hanno capito.

Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa per la pubblicazione di un libro di poesie dedicate ad Attilio Romanò, studente della nostra scuola, a cui è intitolato il nostro premio di poesia. Non ho voluto parlare di questo premio, anche se fa onore alla nostra scuola, ho voluto parlare del mio ricordo.

Ve lo dedico.

“Ero andata nella sua classe per sostituire un collega assente.

Cosa insegnate?”. “Italiano e latino”.

Vi posso chiedere……”.

Conobbi così Attilio Romanò.

Dopo quel primo incontro, veniva a cercarmi. Per farmi leggere qualche poesia appena scribacchiata su un foglio a quadretti, o un’altra stampata nella sua versione definitiva, o una frase da cui intendeva trarre spunto.

Mi chiedeva un parere, una correzione (a volte era proprio necessario…!). E voleva parlare.

Della Poesia, dell’ispirazione, dei versi.

Sì, anche dei versi, della tecnica di composizione. Voleva sperimentare.

Una volta mi fece leggere un suo personale tentativo di utilizzare la “terzina come Dante”.

Professoressa, ma voi preferite che in una poesia ci sia la rima, o no?Perché?”.

Mi appariva tanto diverso, con quella sua passione per la poesia, dagli altri studenti. Invidiavo il collega che aveva un alunno tanto appassionato.

Attilio, invece, non si sentiva compreso.

Quando, ormai lontana dal Liceo, a Milano per il mio nuovo incarico come Dirigente, seppi che era stato ucciso – vittima innocente – e che il premio di Poesia della scuola era stato intitolato a lui, tante emozioni si accavallarono dentro di me.

Attonita come accade quando  un avvenimento terribile da oggetto di cronaca diventa parte della propria vita.

Addolorata per la sua famiglia, per la giovane moglie.

Commossa per tutto quell’amore per il bello, per l’arte, per la Poesia che era scomparso insieme a lui.

E commossa, anche, per il fatto che, secondo un copione che la Storia ci ha abituato a riconoscere, la morte avesse dato ad Attilio quel riconoscimento che aveva tanto desiderato per le sue poesie.

Cos’è la Poesia? Un ponte gettato verso gli altri, un tratto di strada che unisce chi scrive a chi legge, in una condivisione di sentimenti e di emozioni.

E facevo vedere ai miei studenti “L’attimo fuggente”: “Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino. Noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana. E la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento. Ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita”.

Ecco: Attilio sapeva di appartenere  alla “razza umana”.

Sono tornata nel mio Liceo “Francesco Sbordone” come Dirigente ed ho ritrovato tante cose del mio passato. Alcuni colleghi, gli studenti che vengono a trovarmi, i collaboratori scolastici, le aule, i laboratori…

Una collega, in particolare, si occupa di tenere vivo il premio di Poesia. Il ricordo di Attilio è diventato anche – forse soprattutto – denuncia della criminalità che uccide gli innocenti, che inquina la società. Per questo ogni anno sono presenti ospiti che ne parlano, portando la propria esperienza di sofferenza e di lotta contro la camorra. In primis Paolo Siani, che per tutti resta il fratello di Giancarlo. Giancarlo Siani, ucciso perché come giornalista denunciava la criminalità.

Ma il Premio Attilio Romanò  resta l’occasione, per i nostri studenti e per gli studenti delle scuole che partecipano, di esprimere pensieri, emozioni e sentimenti attraverso la Poesia: perché la Bellezza è viva, e l’Arte è alla portata di tutti.

Luisa Polito organizza il Premio: raccoglie le Poesie degli studenti, contatta le scuole per la partecipazione dei ragazzi, cura gli inviti degli ospiti.

In primis partecipano alla Premiazione la mamma e la sorella di Attilio.

Maria Romanò, la sorella, porta gli alunni della sua scuola con le loro poesie; soprattutto porta documenti, filmati, fotografie di Attilio.

Una testimonianza forte, lucida, commovente.

La mamma ha sempre la delicatezza di ringraziare la nostra scuola con un fiore, una pianta.

Ma si fa sempre avvisare, quando arriva il momento della proiezione dei filmati e delle fotografie di Attilio: esce fuori dalla sala.

La capisco: al tavolo dei relatori, contornata dagli ospiti, di fronte al pubblico, abbasso la testa, e non guardo neanche io.”

 

Ecco. Ognuno di noi lascia una traccia. Nel tempo, non avranno senso i ruoli, ma solo il segno che reciprocamente avremo impresso ciascuno nell’altro.

Pensiamo a questo e, in questo momento in cui siamo lontani, costruiamo una rete di legami che va oltre l’apparenza.

A presto!

Maria Antonella Caggiano